Una “fast” compliance per una ripresa sostenibile. In che modo la compliance può favorire la ripresa economica post lockdown?

In questi ultimi giorni il dibattito è influenzato da opposte visioni. Mai come oggi, però, il rispetto delle regole non è “il problema”, casomai è la “soluzione”.

Ciò vale nel sistema Paese come nelle imprese. Lo abbiamo sperimentato durante la fase critica dell’epidemia: essere o non essere “conformi” non comportava solo la prosecuzione o la sospensione delle attività, ma nella società civile ha fatto la differenza tra l’essere utile alla vita o causare morte (o perlomeno essere percepiti come tali dagli stakeholders, con rilevanti impatti reputazionali).

Probabilmente in questo contesto finalmente stiamo riuscendo a meglio comprendere il valore delle regole in un’ottica, è proprio il caso di dirlo, di maggiore partecipazione e responsabilità sociale.
Nelle imprese private operanti in regime di libero mercato, i vertici societari hanno dovuto ripensare (per chi ha sospeso l’attività) o adattare rapidamente (per i codici ATECO abilitati alla prosecuzione) i propri modelli organizzativi di business ai nuovi obblighi (e talvolta nuove opportunità) e a disposizioni normative spesso disomogenee o contraddittorie, a livello globale ma anche locale.

Viene pertanto spontaneo porsi una domanda: come affrontare tale contesto di incertezza nell’interesse di tutti?

I vertici aziendali che avevano già investito nella compliance 231 hanno potuto migliorare l’efficienza e catalizzare i nuovi progetti di change management facendo leva sul Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo ossia sulla chiarezza e consapevolezza, a tutti i livelli, di processi, ruoli e responsabilità.

L’emergenza da covid 19, eccezionale stress test per la continuità operativa in particolare su alcuni processi (es. produzione, supply chain, rapporti con funzionari pubblici, reclami con i clienti), ha quindi rappresentato l’opportunità di percepire, per questa tipologia di imprese, la compliance come fattore competitivo di successo e non come un adempimento burocratico o un costo obbligato.

I settori già regolamentati invece, come le banche, già abituati ad operare all’interno di un sistema strutturato con obiettivi compliance integrati a quelli operativi, sono stati stimolati nell’emergenza ad agire con maggiore rapidità. Con l’occasione stanno infatti sperimentando soluzioni organizzative nuove, che consentano di prendere decisioni anche in carenza di informazioni o in parziale indeterminatezza (come ad esempio per le valutazioni creditizie), pur senza compromettere i controlli di legalità (es. conflitti di interesse, antiriciclaggio, ecc.).

In definitiva se l’obiettivo comune di tutta la compliance è quello di favorire la ripresa economica del paese, le modalità attuative sono diverse, in funzione del settore in cui si opera.

Il minimo comune denominatore è comunque quello di favorire un approccio, cui non sempre siamo abituati, ancora più tempestivo e flessibile, sostanziale e non formale, concreto e partecipativo. In altri termini, una “fast” compliance, capace di accompagnare il Paese nelle sfide di questa fase di cambiamento, magari valorizzando maggiormente il coinvolgimento del contesto esterno con strumenti etici consolidati come il bilancio sociale. 

Ermelindo Lungaro, commercialista esperto in risk management e docente Master Anticorruzione, Università Tor Vergata
Valeria Vergine, avvocato esperto in sistemi di compliance